Sab. 26/04 LEAF LABEL NIGHT: Nancy Eliazabeth+Essie Jain



Dotata di un'innata capacità di cogliere la melodia, in questo suo Battle and Victory Nancy Elizabeth trasforma l'estetica retro del less-is-more propria del revival acustico di questi tempi e dà vita ad una serie di canzoni impreziosite dalla sua voce semplice e calda.

Non soddisfatta del fatto di scrivere testi e musica da sola, la musicista 23enne si occupa anche della maggior parte degli strumenti utilizzati nel disco, suonando chitarra, khim, armonium indiano, dulcimer degli Appalachi e bouzuki.
Battle and Victory è caratterizzato prevalentemente da un'arpa celtica a 22 corde che Nancy ha iniziato a suonare solo un paio di anni fa dopo un casuale e stimolante incontro con un arpista in una galleria di Liverpool. Dopo aver ricevuto una piccola somma da una fondazione musicale, Nancy si è dedicata interamente allo strumento che è diventato così un punto fondamentale delle sue esibizioni.

L'album è stato registrato in un cottage del 17° secolo nella remota campagna gallese e in una stanza fuori Manchester ed il risultato è un disco splendido, intimo e spontaneo.
La musica di Nancy richiama alla mente le atmosfere di musicisti diversi quali Nina Nastasia, The Incredible String Band, Radiohead, Jackie McShee, Mogwai, Talk Talk e Led Zeppelin. Immersa nella musica fin dalla più tenera età, Nancy scrive canzoni da quando era adolescente e si esibisce live da sei anni.
Nel corso degli ultimi 12 mesi ha partecipato al Green Man Festival (e ci tornerà quest'estate, ad agosto) e ha suonato insieme a, tra gli altri, A Hawk And A Hacksaw, Tunng e James Yorkston.


Essie Jain

La ventinovenne Essie Jain – inglese di nascita e ora di stanza a New York – debutta con questo We Made This Ourselves, un album dal minimalismo quieto e potente al tempo stesso.

Nata in una famiglia di musicisti, Essie è cresciuta a Londra, dove fin da piccola studia pianoforte classico, violoncello e canto lirico. Un'educazione che lei stessa sospende una volta superata la soglia dell'adolescenza. “Ho dovuto tagliar fuori la musica dalla mia vita per essere in grado di ripartire. Penso che tutti nella mia famiglia fossero contrari ma io ho sempre saputo che la musica sarebbe tornata a far parte della mia vita, e infatti è successo.

Jain ricomincia da capo a New York, iniziando lentamente a scrivere la sua musica. “Non ero sicura di chi fossi come musicista. Avevo bisogno di un po' di tempo per respirare, per capire, e così ho preso un 8 tracce, una chitarra, un pianoforte e me stessa e ho cominciato a registrare.” Questa nuova situazione permette a Jain nuove esperienze in nuovi ambienti musicali. Conoscere il chitarrista Patrick Glynn ha poi illuminato il suo percorso. “E' stato come quando si trova il pezzo mancante di un puzzle che è rimasto nascosto sotto il divano”, spiega Jain. “Semplicemente stiamo bene. Penso che lui abbia davvero capito quello che stavo facendo, e allo stesso tempo aveva un suo personale contributo da apportare alla mia musica. Sentivo parlare le persone di una chimica musicale che si può sviluppare con qualcuno e io avverto questo ad un livello molto profondo con Patrick.”

Ven. 09/05 CESARE BASILE (Urtovox)


La carriera discografica di Cesare Basile parte da Catania per arrivare a Milano, passando per Roma e Berlino. Incide il suo primo lavoro da solista intitolato La pelle, definito dalla critica come uno dei migliori album d'esordio di quell'anno. Nel 1998 è la volta di Stereoscope (Blackout/Mercury). Closet Meraviglia (Viceversa /ExtraLabels), sancisce la definitiva svolta verso la canzone d'autore. Per questo lavoro Basile si è avvalso della collaborazione di Hugo Race (Nick Cave - True Spirit) per la direzione artistica e di John Bonnar (Dead Can Dance) per gli arrangiamenti delle orchestrazioni; collaborazioni che danno al lavoro una spiccata impronta internazionale; tale attitudine non abbandonerà più l’artista catanese.

L’album successivo Gran Calavera Elettrica, vede Cesare Basile affiancato dalla sua band di sempre e da John Parish (produttore fra gli altri di P.J. Harvey, Sparklehorse, Giant Sand, Tracy Chapman, Eels, Goldfrapp) in cabina di regia. Il disco viene impreziosito da diverse collaborazioni tra le quali John Bonnar (Dead Can Dance), Nada (che regala una meravigliosa interpretazione di “Senza sonno”), Lorenzo Corti e Marta Collica (Sepiatone). Il rapporto tra Cesare Basile e John Parish è proseguito in un naturale percorso, anche attraverso l’ultimo e bellissimo album di Nada prodotto a quattro mani da Basile e Parish.

La collaborazione con Parish è proseguita anche dal vivo, con Songs With Other Strangers, progetto nato dalla volontà di un gruppo di amici musicisti / songwriters. Oltre agli stessi Basile e Parish, SWOS sono Manuel Agnelli degli Afterhours, Hugo Race (ex Bad Seeds, ora True Spirits / Sepiatone), Marta Collica (Sepiatone), Stef Kamil Carlens (ex Deus, ora leader dei belgi Zita Swoon), Jean-Marc Butty (P.J. Harvey- Venus) e Giorgia Poli (ex Scisma, Micevice).

Alternandosi tra appuntamenti live ed alcune produzioni (The Jains, Songs For Ulan), Cesare Basile si è dedicato alla stesura delle nuove canzoni che faranno parte di Hellequin Song, il nuovo album prodotto dall’ormai inseparabile John Parish. L’album esce su etichetta Mescal nel gennaio 2006 e vede la collaborazione, tra gli altri, di Hugo Race, Kris Reichert, Jean Marc Butty, Stef Kamil Carlens, Lorenzo Corti e Manuel Agnelli.

Hellequin Song riesce a coniugare blues malati alla Nick Cave, alt-country e canzone d’autore italiana con un risultato emozionante ed originalissimo.

In pochi mesi le vendite di Hellequin Song superano quelle degli album precedenti, mentre Basile parte per un lungo ed affollatissimo tour che ha il suo apice nelle date in due tour in doppio headline, uno con John Parish e l'altro con Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy.

Bisogna attendere la fine del 2007 per vedere nascere il progetto relativo alla pubblicazione del prossimo album di Cesare Basile, il tutto grazie all’incontro tra il songwriter catanese e Paolo Naselli Flores, label manager e direttore artistico della Urtovox.

Cesare Basile realizza così il nuovo album, presso l'URS Studio di Villa Minozzo (RE) accompagnato ancora una volta John Parish in qualità di produttore artistico, intitolato “Storia di Caino”. In uscita per Urtovox il 4/04/2008.

Ven. 18/04 CAPILLARY ACTION (Pangaea Recordings)


C’era una volta un musicista nativo di Philadelphia, un capacissimo polistrumentista, che un paio di anni fa decise di fare musica. In due anni registrò una dozzina di pezzi e, fortunatamente per lui, riuscì a sottoporli a un bravo ingegnere del suono che frequentava il suo stesso college in Ohio. Per tutto l’anno successivo, i due lavorarono sodo, soprattutto nelle loro stanze e diedero vita a dieci splendidi brani. Nonostante il consenso del pubblico che ebbe la possibilità di ascoltarli e il duro lavoro di promozione, Fragments non destò interesse in nessuna label. Forse per il suo sound difficilmente inquadrabile, l’album riuscì a vedere la luce solo quando il musicista prese la decisione di fondare una sua etichetta e liberare la sua musica.
Il personaggio di questa storia - una storia di tutti i giorni per molti musicisti, oggi più di ieri - è Jonathan Pfeiffer, con la sua one-man-band Capillary Action e l’etichetta è la Pangaea Recordings, nata nel 2004. Si sia trattato di audacia imprenditoriale o semplicemente di amore e convinzione per la propria musica, poco importa. L’importante è che questo disco finalmente, dopo due anni di vita nel limbo dell’auto-distribuzione tra amici e parenti, lo si possa ascoltare. E ne vale la pena.

Fragments, frammenti. Difficile trovare un titolo migliore per sintetizzare il senso di una musica molteplice, caleidoscopica. Sarebbe difficile anche soltanto immaginare di classificare questo disco, tanta è la sua varietà. Duri e complessi riff prog-metal accostati al rock sognante degli Stereolab (Thicking Ghosts 1 e 2); il folk di Driving through twilight, che ricorda la Band di Garth Hudson e Robbie Robertson e subito dopo, spiazzante, il quadretto bossa nova dal sapore lounge di A hundred pages of cannot be named.
Tutto questo e altro è la musica di Capillary Action. Altro come, per esempio, la citazione più che evidente di Brain Damage dei Pink Floyd che fa da motivo portante di Pillars disintegrate o il riff alla Iron Maiden di Architecture would fail, che si trasforma prima in un free noise in stile Naked City, poi in un intenso finale psichedelico. Una sorta di piccola enciclopedia del rock secondo Jonathan Pfeiffer, che va però oltre la semplice citazione. Fragments è un album che fa della giustapposizione il suo metodo generatore: tutto è accostato con grande libertà, ma con un’intelligenza musicale che riesce a legare insieme gli svariati pezzetti e a costruire straordinari edifici musicali.
Fa rabbia pensare che, forse, se questo esordio fosse uscito un paio di anni fa, oggi staremmo già godendoci l’opera seconda di questo gran musicista. Invece ci tocca aspettare, e sperare che non si perda d’animo.

(8.0/10) Daniele Follero Sentireascolare

Dom. 13/04 BARBEZ (Tzadik Rec.)

Ispirati da musiche differenti come il tango argentino, i classici del dopoguerra e il punk ante-MTV, da Kurt Weill, The Residents ed Erik Satie, i Barbez riuniscono questi universi disparati per formarne uno completamente nuovo.
Il gruppo nasce nel 1997, muovendosi all'incrocio fra rock sperimentale, folk del'Est Europeo e classica contemporanea.
I Barbez hanno all'attivo quattro album, tutti realizzati con l'apporto di
Martin Bisi (Sonic Youth, John Zorn).

I Barbez sono:

Pamelia Kurstin (theremin), già musicista per John Zorn, David Byrne e Jim Thirlwell (Foetus).

Dan Kaufman (chitarra), principale autore delle composizioni dei Barbez, nonchè collaboratore della leggendaria artista newyorkese Rebecca Moore.

Danny Tunick (marimba e vibrafono), percussionista proveniente da studi classici che ha collaborato con Bang on a Can All-Stars, Elliott Sharp e il SEM ensemble

Peter Hess (clarinetto). Fra le altre sue collaborazioni Balkan Beat Box e World/Inferno Friendship Society

Andrew Jones (bass, electronics)

John Bollinger (batteria), nativo della West Coast e attivo anche con altre bands, fra cui Antony and the Johnsons.

Sab. 12/04 La grande orquestra de la muerte


In uno sgangherato teatro di palude pochi spettatori
orbi e idioti assistono ad una crudele commedia non
sense sprofondati nella noia delle poltrone polverose
e sfondate. I gatti rancorosi si contendono un cuore di
bue in mezzo alla strada. Il fiume continua a tessere
la sua lenta,velenosa minaccia. I rospi attendono sulla
riva con indifferenza.
Nella piazza deserta intanto un nano maltratta con
sadica insistenza una fisarmonica,ridendo in modo
osceno.
Non c'è un filo di vento.
Resta solo da suonare la musica della colpa,della
disgrazia,la musica che si annida nell'ombra degli
angoli bui.
Musica gotica per immagini grottesche,è questo il
rimedio medievale in attesa dell'Avvento,ora che i profeti
sono caduti nei pozzi e i santi sono sepolti nel fango.
I pazzi, gli storpi, i sanguinari,gli zingari,i sodomiti
e i senza dio davanti agli altri, e biglietto gratis a
chi presenterà alla cassa il proprio uncino sinistro.
Siore e siori, per la prima e unica volta in questa
valle di lacrime, in questa terra di idoli bruciati, La
grande orquestra esegue dal vivo la propria libera interpretazione de Il flauto magico i W.A. Mozart.
"Der Schwarze seite der zauberflote".
A seguire un assaggio del disco d'esordio in uscita dopo l'estate.

La grande orquestra de la muerte è un progetto nato a Reggio Emilia nell'inverno del 2004, nato dall'incontro di musicisti provenienti da diverse esperienze come Caboto(già sul palco dell'Ortosonico qualche tempo fa a autori di 3 dischi l'ultimo dei quali per la patavina fratto9), Slugs(ultimo disco su Black Candy), Judah(2 dischi su Minus Habens) e Stoop.
La band è una formazione aperta sia nella struttura che nelle influenze e negli stili, e a maggio entrerà in studio per registrare il debutto che vedrà la luce dopo l'estate.

Cerca nel blog